Quando la fede entra nella stanza di terapia

Una riflessione clinica su fede, neutralità e responsabilità nello spazio psicoterapeutico

QUESTIONI DI PSICOTERAPIA

Dott. Piero Bonini psicologo psicoterapeuta

9/13/20266 min read

Frequento un collega ateo che stimo molto: uno psicoterapeuta competente, attento e dotato di rare qualità umane. Parto da qui perché ogni riflessione sul rapporto tra fede religiosa e pratica clinica dovrebbe nascere da un rispetto reale, non da una contrapposizione implicita. Se credo in Dio, il punto critico non è semplicemente il fatto che la mia fede entri nella stanza di terapia; il rischio più sottile è che, senza rendermene conto, possa attribuirle un valore superiore rispetto ad altre vie attraverso cui una persona cerca senso alla propria esistenza.

Non scrivo queste righe per contrapporre psicologi credenti e psicologi non credenti, né per stabilire chi sia più adatto alla pratica clinica. Mi interessa piuttosto interrogare un punto più circoscritto: che cosa accade quando una convinzione personale, anche nobile e profondamente vissuta, entra nel campo terapeutico senza essere riconosciuta come tale e senza essere sottoposta a sufficiente riflessione?

Un rischio sottile nella pratica clinica

In molti anni di pratica clinica, ho osservato - talvolta anche in me stesso - come le proprie credenze possano influenzare un percorso psicoterapeutico in modi diversi, ma riconoscibili. Non lo considero un limite esclusivo degli psicologi credenti, bensì una possibilità umana che, quando incontra la fede, assume una forma specifica.

Uno psicologo credente, ascoltando un paziente che si descrive depresso, vuoto e privato di senso, può accorgersi di un pensiero quasi automatico: Se solo trovasse la fede, forse riuscirebbe a riconoscere un significato alla propria vita. Oppure, davanti a un paziente ateo e consapevolmente non religioso, può avvertire la tendenza implicita a leggere quella posizione come una mancanza, anziché come una possibile forma di ricerca, coerenza o significato.

Forse non lo dice e forse non lo pensa nemmeno con chiarezza; tuttavia, questo orientamento interno può cambiare il tono dell’ascolto, la qualità delle domande e il modo in cui alcune risposte vengono accolte mentre altre restano sullo sfondo.

Fede religiosa e dimensione spirituale non coincidono sempre

Questo è il punto decisivo che ho dovuto riconoscere: uno psicologo credente può rischiare di sovrapporre due dimensioni diverse.

La fede religiosa è l’adesione consapevole a un insieme di significati, riti, appartenenze comunitarie e dottrine che rimandano a verità sovrannaturali.

La dimensione spirituale è invece l’esperienza, presente in molte vite umane, di qualcosa che supera l’immediato: un senso oltre il materiale, una connessione con ciò che appare più grande di sé.

Confondere queste due dimensioni è rischioso. Io credo in Dio, ma ho pazienti che non credono e vivono una profonda consapevolezza spirituale: trovano senso nella bellezza, nelle relazioni, nell’amore e nel mistero dell’esistenza, senza bisogno di una cornice religiosa.

Allo stesso modo, ho incontrato persone formalmente religiose in cui la pratica della fede non si traduceva sempre in apertura, ascolto o capacità di decentrarsi da sé: una religiosità dichiarata ma non necessariamente capace di generare quella disponibilità interiore che la fede, nelle sue forme più vive, dovrebbe favorire.

Quando queste due dimensioni vengono confuse, il rischio non è solo teorico: cambia il modo in cui il terapeuta ascolta il paziente. Una ricerca di senso non religiosa può essere sottovalutata, mentre un riferimento religioso può essere accolto con una familiarità eccessiva. In entrambi i casi, la neutralità clinica si indebolisce proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria.

Due errori concreti del terapeuta

Il primo errore: orientare il paziente, anche senza volerlo, verso il mio sistema religioso di valori, perché penso che ciò che gli manca sia proprio la fede che io possiedo.

L’ho visto accadere più volte: lo psicologo credente propone il “perdono” quando il paziente ha ancora bisogno di restare nella propria rabbia legittima; suggerisce di “affidarsi a Dio” quando il paziente deve prima imparare ad affidarsi a sé stesso; interpreta il vuoto spirituale come assenza di religione, mentre forse il paziente sta cercando una propria via spirituale, non necessariamente religiosa.

È uno scivolamento discreto, ma clinicamente importante: il paziente rischia di essere guidato verso le risposte che rassicurano me, invece che sostenuto nel cammino necessario a trovare le proprie.

Il secondo errore: credere che la mia fede mi renda superiore, più consapevole, più vicino alla verità, migliore degli altri.

Questo rischio è ancora più insidioso perché quasi invisibile. Non lo dichiaro e forse non lo penso in modo esplicito, ma può orientare il modo in cui guardo un collega ateo, ascolto le sue scelte cliniche e valuto il suo lavoro. Può insinuarsi una convinzione sottile: lui non ha accesso a certe dimensioni a cui io, invece, avrei accesso.

È una forma possibile di narcisismo spirituale e può indebolire la mia umiltà professionale.

Che cosa ho imparato

Ho imparato che la fede è mia: personale, preziosa, ma mia. Posso condividerla con la comunità a cui appartengo, e può certamente far parte della mia storia personale; nella stanza di terapia, però, non può diventare una risposta da offrire al paziente. Lì non si cercano proseliti: si offre cura alla sofferenza di chi abita quello spazio, per poco o per molto tempo. Lo spazio terapeutico, infatti, non appartiene a me: appartiene al paziente.

Se un paziente religioso porta in seduta un conflitto con la fede, il mio compito non è confortarlo né guidarlo verso la “retta via”, ma aiutarlo a esplorare quel conflitto finché possa trovare una chiarezza davvero sua.

Se un paziente ateo è serenamente ateo, non c’è nulla da “completare” in lui. Se porta una rabbia intensa verso Dio, la religione o esperienze religiose vissute come ferite, quella rabbia diventa materiale clinico da comprendere e trasformare. Io non sono lì per convertirlo, né per confermare semplicemente la sua posizione: sono lì per mantenere una distanza sufficiente dalle mie credenze e ascoltare ciò che accade davvero nel suo mondo interiore.

Naturalmente, neutralità non significa assenza di valori né cancellazione della soggettività del terapeuta. Significa riconoscere i propri riferimenti interni e sospenderne l’uso direttivo, per restare al servizio del processo del paziente.

L’umiltà non è opzionale

Credere in Dio non rende automaticamente uno psicologo migliore, così come non credere non lo rende meno capace. La qualità del lavoro clinico dipende soprattutto dalla formazione, dalla supervisione, dalla capacità riflessiva, dall’etica professionale e dalla disponibilità a interrogare i propri punti ciechi.

L’umiltà, invece, può rendere migliore uno psicologo come quella di riconoscere valida una affermazione come la seguente "io credo e questa è una mia verità; ma non è necessariamente la verità del paziente. Il mio compito è creare uno spazio in cui la sua verità possa emergere, qualunque essa sia".

Questo richiede vigilanza costante: accorgermi, in terapia, quando provo una sottile approvazione verso il paziente che trova senso attraverso qualcosa di spirituale, oppure una lieve svalutazione verso chi resta nel vuoto, nel dubbio o nell’assenza di risposte.

Significa riconoscere che il mio accesso alla dimensione spirituale, mediato dalla fede religiosa, non è superiore a quello di chi vi accede in modi diversi, né mi autorizza a giudicare chi non vi accede affatto.

La domanda che mi pongo

Prima di ogni seduta con un paziente religioso, ateo o in conflitto con questi temi, mi chiedo: dove devo fare spazio perché lui possa esserci pienamente? Come posso accorgermi quando il mio sistema di significati rischia di sovrapporsi a ciò che ascolto?

Non è una domanda con una risposta definitiva: è una pratica continua.

L’umiltà è una decisione, non una virtù spontanea

L’umiltà non è una virtù spontanea: è una decisione da verificare continuamente nelle scelte cliniche concrete. Non basta pensare che la fede non renda superiori; occorre riconoscere quando il proprio accesso al significato, mediato dalla fede, rischia di far sottovalutare chi cerca altrove la propria via.

Alcuni pazienti troveranno risposte religiose, molti no; altri cambieranno strada durante il percorso. Il compito del terapeuta non è stabilire quale via sia giusta, ma accompagnare chi ha di fronte a riconoscere la propria verità, qualunque essa sia.

Questo è il vero servizio che uno psicoterapeuta credente può offrire: non la propria fede, ma la capacità di custodire uno spazio in cui il paziente possa scoprire la sua.

Uno dei rischi più delicati, per lo psicologo credente, è pensare che proprio ciò che per lui ha più valore lo renda meno esposto ai propri punti ciechi. Accade il contrario: ciò che orienta più profondamente lo sguardo clinico va osservato con maggiore attenzione.

La psicoterapia non rende migliori

La spiritualità è una dimensione umana, non necessariamente religiosa. Per questo, quando lo psicologo è credente, la sua responsabilità non è negare la propria fede, ma custodire uno spazio in cui il paziente possa cercare senso senza sentirsi orientato, corretto o misurato rispetto a una verità che non sente propria.

La psicoterapia non rende automaticamente migliori. Non promette salvezza dal male e non è l’unica risposta possibile alla domanda di benessere mentale. Può, invece, offrire uno spazio in cui la sofferenza venga ascoltata senza essere immediatamente corretta, spiritualizzata o ricondotta a una risposta già pronta.

Il suo scopo ultimo è aiutare la persona a liberarsi, per quanto possibile, dalla sofferenza che ostacola il processo attraverso cui ciascuno può diventare ciò che è e riconoscere il compito di vita che sente proprio.

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