5 buoni motivi per non andare in terapia
Andare in psicoterapia è una scelta importante, ma non sempre ci si arriva con aspettative realistiche
QUESTIONI DI PSICOTERAPIA
Dott. Piero Bonini - psicologo psicoterapeuta
8/3/20267 min read


Se stai pensando di iniziare una psicoterapia, questo articolo non vuole scoraggiarti: vuole aiutarti a chiarire che cosa aspettarti da quel percorso.
Le ragioni che spingono una persona a chiedere aiuto a uno psicoterapeuta sono molte e diverse tra loro. Basterebbe sfogliare per curiosità un manuale diagnostico come il DSM-5 per rendersi conto di quante forme possa assumere la sofferenza psicologica. A volte sembra che l’essere umano sia particolarmente creativo nel trovare nuovi modi per stare male: alcuni hanno già un nome riconosciuto dalla comunità scientifica, altri no, ma possono comunque richiedere l’aiuto di uno specialista.
Il primo colloquio con un terapeuta è spesso non solo l’inizio possibile di un percorso di cambiamento, ma anche l’esito di un percorso interiore che può durare poco o moltissimo, a volte anni. Prima di telefonare o scrivere al professionista a cui si decide di aprire il proprio mondo personale, una persona può chiedersi quale approccio seguire, quale terapeuta contattare, quanto durerà la psicoterapia, quanto è disposta a investire in tempo e denaro, e molte altre cose ancora.
Un buon terapeuta sa che il primo colloquio è l'ultimo di innumerevoli colloqui che la persona che seguirà in terapia ha già vissuto con sé stessa. Allo stesso tempo, sa che quella persona arriva in studio carica di diverse aspettative che è necessario esplicitare, pena il fallimento della stessa psicoterapia (con l'inevitabile carico di delusione o rabbia da parte di chi è venuto a chiedere un aiuto).
Il motivo per cui la mancata valutazione delle aspettative è spesso causa del fallimento terapeutico verte sul fatto che molte delle aspettative con cui si inizia un percorso di psicoterapia sono erronee, ovvero sono domande a cui la psicoterapia non può rispondere perché non corrispondono alle sue potenzialità terapeutiche.
In particolare, sono cinque le aspettative che vanno riformulate e che è meglio considerare anche a costo di rimandare l'inizio della stessa psicoterapia. Rispondono alla domanda "Perché vado in terapia?", se tale domanda ti riguarda o in qualche modo ti coinvolge, prova a notare se ti ritrovi in uno dei seguenti casi.
1 - Vado in psicoterapia perché non voglio più stare male
Per prima cosa, una psicoterapia non può promettere di eliminare completamente ogni forma di malessere. L’idea di una salute intesa come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1946, è stata importante per ampliare lo sguardo oltre la sola assenza di malattia, ma può diventare problematica se viene trasformata in un ideale di benessere totale e permanente. Oggi, nel lavoro clinico, è spesso più utile pensare alla salute psicologica come alla capacità di attraversare, comprendere e gestire anche il malessere. Stare bene, quindi, non significa non provare mai disagio, ma imparare ad affrontarlo in modo più flessibile ed efficace.
Se, ad esempio, soffri di un disturbo d’ansia, aspettarti che la psicoterapia elimini per sempre ogni forma di ansia rischia di portarti fuori strada: l’ansia, entro certi limiti, fa parte del funzionamento umano e ha anche una funzione adattiva. Se invece chiedi al terapeuta di aiutarti a modulare gli stati d’ansia, così che intensità, frequenza e generalizzazione non compromettano il tuo funzionamento relazionale o lavorativo, allora l’obiettivo diventa più realistico: non cancellare l’ansia, ma imparare a gestirla in modo che non sia l’ansia a gestire te.
Il terapeuta può quindi accogliere il desiderio di benessere totale, ma mostrare che esso sarebbe possibile solo in una vita senza problemi, ostacoli o imprevisti: una vita che, di fatto, non esiste. Da qui diventa possibile spostare l’attenzione sulle situazioni reali e lavorare su obiettivi più utili, come imparare a gestire meglio le difficoltà.
2 - Vado in psicoterapia perché starò meglio se mi conoscerò meglio
Un secondo equivoco riguarda l’idea che conoscere meglio sé stessi porti automaticamente a stare meglio. Nessun approccio psicoterapeutico nega il valore della consapevolezza, ma non la considera sempre il punto di partenza del cambiamento. Spesso, infatti, la persona capisce qualcosa di più su di sé proprio dopo aver modificato il proprio modo di agire o di affrontare un problema. L’introspezione da sola, per quanto raffinata, non sempre migliora il funzionamento psicologico.
È uno dei malintesi più diffusi: portare alla coscienza contenuti rimossi o poco accessibili non garantisce, da solo, un cambiamento né tantomeno la guarigione da un disturbo mentale. Leggere libri di auto-aiuto, compilare questionari, frequentare corsi di meditazione o di mindfulness può essere utile, ma se quella consapevolezza non si traduce in azioni di cambiamento nella vita quotidiana e nei rapporti che vivi ogni giorno, rischia di restare un’esperienza interessante ma poco trasformativa. Passata la fase iniziale di entusiasmo, potresti ritrovarti con l’insoddisfazione di sempre.
Questo non significa che conoscersi meglio sia inutile, sia chiaro. Significa che, nella prospettiva psicoterapeutica, non è sempre la via più rapida o più efficace per cambiare. Molte persone arrivano in terapia pensando: “Se capisco meglio chi sono, allora starò meglio”. Il terapeuta può partire da questa convinzione e chiedere: “Che cosa vorrebbe cambiare concretamente grazie a questa maggiore conoscenza?”. In questo modo, il vero obiettivo diventa il cambiamento desiderato, mentre la conoscenza di sé diventa uno dei possibili strumenti per raggiungerlo.
3 - Vado in psicoterapia perché il terapeuta sa cosa è giusto, cosa è sbagliato e saprà darmi le soluzioni
Un terzo punto riguarda la richiesta di fare le scelte giuste o di imparare a vivere meglio. Una psicoterapia non può indicare alla persona che cosa sia giusto o sbagliato in senso assoluto. Le scelte dipendono infatti dai valori, dalla storia e dal punto di vista di ciascuno. Per questo una psicoterapia scientificamente orientata non dovrebbe trasformarsi in una guida morale o in un insieme di consigli su come vivere.
Allo stesso modo, gli psicoterapeuti non possiedono una formula speciale per vivere meglio. Anche loro, come chiunque altro, affrontano difficoltà personali, familiari e relazionali. Non sarebbe quindi corretto aspettarsi che dicano alla persona quali valori seguire, quali scelte fare o quali regole applicare.
Nel lavoro psicoterapeutico, la persona è considerata l’esperta della propria vita: conosce i propri valori, ciò che la fa soffrire e ciò che vorrebbe cambiare. Il terapeuta, invece, è esperto del processo di cambiamento. Può quindi aiutare la persona a costruire nuove possibilità, ma non sostituirsi a lei nelle decisioni. Se il soggetto attribuisce al terapeuta il ruolo di maestro, di giudice del bene e del male o, peggio ancora, di guru spirituale, il terapeuta deve accogliere questa aspettativa per poi riorientarla.
Un modo utile per farlo è spostare l’attenzione dalle risposte pronte al modo in cui la persona può imparare a costruirle. Invece di dire che cosa fare, il terapeuta aiuta il soggetto a sviluppare strumenti per orientarsi nelle proprie scelte. È la nota differenza, spesso citata, tra ricevere ogni giorno dei pesci e imparare a pescare: nel secondo caso la persona diventa più autonoma. Un buon terapeuta tiene sempre presente che l'obiettivo finale della terapia è che la persona non venga più in studio, in quanto ha raggiunto gli obiettivi concordati e ha imparato a provvedere da sola a sé stessa.
4 - Vado in psicoterapia per sfogarmi
Un quarto equivoco riguarda il bisogno di raccontare tutto ciò che è successo per sentirsi finalmente sollevati. Parlare può dare un sollievo momentaneo, ma non sempre produce un vero cambiamento. Se la terapia si riduce a uno spazio di sfogo continuo, il terapeuta rischia di diventare solo un confidente, simile a un amico o a una figura di sostegno, invece di aiutare la persona a modificare ciò che mantiene il problema.
L’aspettativa che la seduta di psicoterapia sia soprattutto uno spazio in cui riversare il proprio malessere, senza interrogarsi su ciò che lo mantiene e su ciò che si può fare diversamente, è uno dei fattori che più facilmente ostacolano il cambiamento. Il motivo è che, se tutto resta centrato sulla delega di responsabilità o sulla posizione di vittima, diventa difficile costruire un ruolo attivo nel percorso terapeutico. Il terapeuta non cambia e non guarisce nessuno al posto della persona, non ha il potere di renderla felice né di risolvere dall’esterno ciò che la fa soffrire. Può però creare le condizioni migliori perché quella persona inizi a cambiare il proprio modo di stare nei problemi e nelle relazioni.
Quando una persona sente un forte bisogno di parlare e sfogarsi, il terapeuta non deve svalutare questo bisogno. Può però aiutarla a domandarsi se raccontare molte volte il problema abbia davvero portato a una soluzione. Il fatto stesso che la persona chieda aiuto mostra spesso che quella strada non è bastata. Da qui si può aprire la possibilità di provare strategie diverse.
5 - Vado in psicoterapia così diventerò una persona equilibrata
Infine, una psicoterapia non può avere come obiettivo il raggiungimento di un “equilibrio” definitivo. Ogni persona, infatti, tende già a organizzarsi intorno a un proprio equilibrio, anche quando soffre. Se una situazione di malessere si mantiene nel tempo, significa spesso che esiste un assetto stabile, ma non necessariamente funzionale: protegge da qualcosa, evita qualcosa o mantiene una certa prevedibilità, pur producendo costi elevati nel rapporto con sé stessi e con gli altri. Per questo, il primo passo della terapia non è sempre trovare subito un nuovo equilibrio, ma comprendere e interrompere quello che mantiene il problema.
A proposito dei fattori di mantenimento del proprio disagio psichico, la ricerca delle cause può essere utile, ma non sempre è il primo passo più efficace. In molti casi è necessario intervenire innanzitutto su ciò che oggi mantiene il problema. Immagina di trovarti di fronte a una foresta divorata da un incendio. Arrivano i pompieri con tutti i loro mezzi e cosa fanno? Attivano le risorse necessarie per contenere le fiamme fino alla loro estinzione. Non si fermano a osservare le dinamiche del fuoco per capire che cosa abbia prodotto l’incendio mentre gli alberi bruciano. Spento il fuoco, potrà essere utile capire che cosa è accaduto, ma nella fase acuta ciò che conta è interrompere il danno. Se soffri di depressione, accanto alla domanda sulle possibili origini, può essere decisiva anche un’altra domanda: che cosa contribuisce oggi a mantenerla?
Se la persona dice di non avere equilibrio, è poco utile cercare di convincerla del contrario. È più efficace chiederle che cosa cambierebbe concretamente nella sua vita se quell’equilibrio ci fosse. Le risposte a questa domanda possono diventare obiettivi di lavoro chiari e pratici.
Riflessione finale, giusto per chiarirsi
Il titolo di questo breve articolo vuole essere provocatorio. Se ti riconosci in uno dei cinque punti che ho descritto, non significa che tu non debba andare in psicoterapia; significa piuttosto che vale la pena fermarti un momento e osservare che cosa ti aspetti da quel percorso. Se non riesci a chiarirlo da solo o da sola, puoi portare queste aspettative al terapeuta che hai scelto e dedicare un po’ di tempo a capire insieme come funziona la psicoterapia e che cosa può realisticamente fare per te. Saltare questo passaggio, o non affrontarlo nel corso dei primi colloqui, può rendere il percorso più fragile e aumentare il rischio di delusione.
Un chiarimento finale: se ti sei riconosciuto o riconosciuta in una delle cinque aspettative che ti ho elencato, sappi che di per sé non sono sbagliate. Va bene così. Sono il punto di partenza del tuo cambiamento; l’unico errore sarebbe non accoglierle dentro di te e non portarle in terapia.
